Camminare

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– Camminare –

Tutto cominciò quella volta che io ero lì per te e tu invece te ne stavi andando.

Anzi no. Tutto cominciò camminando e scoprendo le rispettive esistenze.

Fast Forward …te ne stavi andando. E io ero così arrabbiata che se qualcuno mi avesse rivolto la parola anche solo per chiedermi l’ora me lo sarei mangiato. E allora sono scappata via.

Mi sono incamminata sulla salita di cemento incurante dei polpacci dolenti e del sangue che mi pulsava nelle tempie. Per la fatica. Per il caldo. Per la rabbia.

Mormoravo parole astiose e immaginavo future conversazioni piene di rancore.

E il battito aumentava. Gocce di sudore caldo e appiccicoso rotolavano lungo il viso, si fermavano incerte sulla punta del mento per poi schiantarsi a terra. Se fossi stata una formica nei paraggi l’avrei considerata una inondazione biblica. Accompagnata dal rombo secco e breve e dal tremore della terra ad ogni passo.

E il respiro si faceva sempre più corto. Ho avuto paura. Il sentiero era deserto a quell’ora d’estate. Potevo morire e non se ne sarebbe accorto nessuno. Ora muoio. Ora muoio. Ora muori. Fermati. Fermati. Respira. Senti la frescura qui, nella scarsa ombra di questo leccio. Bevi. Respira.

Ok. A posto. Il cuore riprende un ritmo rassicurante. Il respiro non è più fatto da mille spade pungenti in gola. Mi rimetto in cammino e sento. Sento la rabbia sfumare. Come portata via dalla nuvola di vapore che sto trasudando. Dicono che sudare elimini le tossine dal corpo. Ma non dicono quanto di queste tossine sia prodotto dalla rabbia, dalla delusione, dalla tristezza. Bé, ve lo dico io: tanto.

Ogni passo scarica al suolo tensione, proprio come una presa di terra in un impianto elettrico a norma. E dalla terra alla scarpa al piede ad ogni fascia muscolare delle gambe e della schiena risale energia nuova e fresca come linfa vitale e vibrazione pura. Sarà il vulcano, sarà che così deve essere.

E d’improvviso mi sento drogata di questa sensazione. E vado avanti ancora e ancora desiderando di non vedere mai la fine del sentiero, ma un passo avanti all’altro prima o poi l’isola finisce.

Finisce l’isola, ma è sempre lì. E nei mesi successivi trovo ogni scusa per tornare e stampare ancora le mie impronte su quella sabbia parlando con me stessa, calibrando il ritmo dei passi, godendo anche del panorama, facendo il giro nel senso inverso per vedere stessi posti, ma prospettive diverse. Fisicamente, ma anche idealmente.

Poi finisce la stagione delle mie incursioni, ma non l’assuefazione al cammino in solitaria. E scopro un percorso bellissimo proprio sotto casa. Modulabile secondo il tempo a disposizione in tre tronconi di lunghezza e difficoltà diverse. Affino la tecnica. Prendo il ritmo del mio respiro, del mio battito, dei miei pensieri. Dei miei dialoghi immaginati e immaginari. Dei miei ricordi. Prendo i tempi di percorrenza. Le distanze, i dislivelli. Avanti e indietro e in tondo e ad otto. Su e giù per i vulcani, terra, sabbia, brecciolino, cenere.

Le scarpe giuste (mie adorate scarpe!), l’abbigliamento tecnico. I pensieri che si liberano e per quanto tetri possano essere all’inizio del percorso, si liberano sempre in un sorriso alla fine. E le cose assumono la giusta dimensione assestandosi ed incastrandosi perfettamente una accanto all’altra: speranze, progetti, fallimenti e delusioni.

Finché tutto si sistema talmente bene che il corpo ti chiede più fatica ancora.

E si mette a correre. Come se fosse la cosa più naturale del mondo.

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Ma tu…

-Ma tu, che vuoi da me?

-Voglio che tu perda completamente la testa per me. Voglio che tu perda il controllo della tua razionalità. Voglio che tu riveda tutte le tue priorità per me e con me. Voglio che organizzi un piano di fuga per noi, ma va bene anche se mi afferri per un braccio e mi fai correre a perdifiato, felice e scomposta verso un finale di film con colonna sonora e vissero felici e contenti. Che poi non è quasi mai vero.

La nave di notte

la nave di notte

Aspettando la nave di notte il mondo intorno è fermo congelato nei gesti illuminati dai fari del porto.

Camion vuoti, scheletri o bare con il loro carico.

Il rumore impetuoso dell’onda che si infrange sulla banchina sollevando spruzzi salati. Il ronzio rassicurante dei generatori e le luci della nave che dorme a ventre spalancato quasi ad invogliarti a ritornare nell’utero, caldo, fluido, accogliente che dopo ore di buio ti partorisce ancora in una nuova vita, in un nuovo posto, in un nuovo porto.

E poi le luci all’orizzonte, la bocca che si spalanca e uno dopo l’altro come accordi in sinfonia, i motori che si accendono, si scaldano quasi sulla linea di partenza della gara.

Ma non è uno gara. È uno sbadiglio, un intermezzo di veglia prima del prossimo sonno nella culla della nave che arranca e annaca e dondola e rolla e poi beccheggia o boccheggia tra le onde, altalena, braccia di balia, ninna…nanna…ninna…nanna…

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Senza titolo

from a plane

Quanta malinconia c’è nelle luci delle città viste dall’aereo?

Forme vive di creature luminose private – dal buio circostante – della giustificazione della loro forma: il paesaggio.

E tra quei tentacoli che si estendono tra le colline invisibili, coste ove terra e mare sono cuciti dalla fascia più luminosa dei lampioni in fila indiana, tra quei tentacoli – immaginare case.

Case con finestre.

Alcune finestre illuminate.

Stanze.

Salotti con la TV accesa solo per sé stessa. Cucine arredate e costose dove l’unico segno di usura è sul tasto START del microonde. Sale da pranzo dove ostili solitudini si scontrano sulla schermata di una chat.

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Piccole considerazioni passate

Stromboli
Due orizzonti, tre solitudini, due guardiani.

Stromboli 18.08.14 – Terrazza del Pardes

E se “cogli l’attimo”, per una vita che non necessita di forti emozioni fosse “Fissa l’attimo”?

Con qualche mezzo (foto/audio/video) o è meglio solo nella propria testa? Fallibile, scremante, inaffidabile.

Ma il mezzo non coglie mai l’esatta sensazione di chi la prova. Ne può suscitare (altre) in chi lo ri-vede, ma non è la stessa cosa.

Forse per trasmettere sensazioni/impressioni non bisogna provarle. Non quelle. O almeno non bisogna avere la pretesa di voler comunicare le proprie.

Scrivevo questa cosa in uno stato di grazia. In una delle mie isole preferite ragionando sul fatto che è impossibile comunicare all’esterno (per quanta empatia ci possa essere tra persone) le sensazioni esatte che una situazione trasmette. In quel caso mi trovavo in un piccolo locale ricavato da una antica casa strombolana, nella terrazza semplice e raccolta, circondata da un giardino dalle fioriture multicolori. Il brusio sommesso delle poche discrete persone intorno, la musica dal vivo – non del mio genere preferito, ma perfetta per quel momento – i piedi scalzi, l’atmosfera rilassata, la luce di quell’ora magica in cui escono i maggiolini, l’ora dell’Anoxia, di cui avevo scritto a Lipari, anni prima

All’ora dell’Anoxia

Il cielo è grigio o azzurro o rosa. Si accendono le luci sulla costa. Lo spicchio di luna brilla come la prima stella. Arriva l’ultima nave prima che sia il giorno dopo. C’è silenzio nelle strade e si sentono distinte le voci nelle case.

ma era un’altra storia. E poi Iddu, Lui. Il Vulcano. Madre e padre, fratello e confidente severo, genius loci ospite di vite altre che se non lo rispettano soccombono alla sua presenza, voltano le spalle per non tornare più. Per me, invece, è una presenza rassicurante e protettiva, garanzia di essere circondata solo da persone che lui ha “ammesso” alla sua presenza. Simili a me, in qualche modo.

Qualche ora dopo, nel buio dello stesso giardino colmo di tavolini e candele e gente rilassata nell’ascolto della musica, come in una scena di un thriller, brevi rumori dissonanti hanno attirato la mia attenzione in punti diversi dello spazio intorno in rapida sequenza:

il fruscio di neve ghiacciata di un tovagliolo di carta
una forchetta tintinnante e argentina sul pavimento di pietra
il piccolo crack solido di un vecchio telefonino
il rimbalzo gommoso e fluido di una mezza gassata
spigoli di carta e pieghe delle pagine di un menù

come un presagio di qualcosa di imminente. E quando sei seduto sotto ad un Vulcano lo sguardo sale a controllare quello sbuffo di fumo.

Placidamente immutato.

E il cuore sorride.

Cosa mi aspetto da un libro (con un elenco ragionato dei libri deludenti)

Libri e Isole
Libri e Isole

Ero in libreria a cercare ispirazione e una persona che voleva essere carina con me ha preso Il Piacere di D’Annunzio, e sventolandomelo davanti agli occhi mi ha detto:

“Dovresti leggere questo!”

Sono improvvisamente tornata indietro di 18  17 anni e mi sono ritrovata seduta al banco di scuola ad affrontare il tema di maturità “Il romanzo dell’Ottocento” scelto come traccia meno peggio tra quelle proposte, arrovellandomi per metà del tempo su come impostare lo svolgimento, ovvero: scrivere quello che la commissione vuole sentirsi dire oppure scrivere la scomoda verità e cioè – tra le altre cose – che Renzo e Lucia sono due inetti sfigati (e io avevo un debole per Don Rodrigo) e che D’Annunzio ha fatto fortuna solo perché era irregimentato? Naturalmente scelsi la seconda via e la pagai tutta poi, all’orale quando il prof di lettere mi chiese di argomentare meglio le mie lapidarie affermazioni.

Ne uscii distrutta, ma vincitrice. La mia tesi era sostanzialmente questa:

  1. I libri letti forzatamente per scuola lasciano nel lettore tracce diverse da quelle che lascerebbero se il libro fosse stato scelto, amato, gustato. Si sa, per scuola ci si sofferma poco sulle sfumature, sul linguaggio, sulla poesia. Si prediligono la comprensione della trama ridotta all’osso, l’inserimento nel contesto storico-sociale e altre amenità da quarta di copertina.
  2. Pur tentando di immedesimarsi nelle intenzioni dell’autore e nel periodo storico (sia quello in cui il libro è stato scritto, sia quello in cui è ambientato) ci sarà sempre un gap di incomunicabilità tra generazioni. Soprattutto quando il lettore è un adolescente alla ricerca di emozioni forti, con la fissa di esplorare il mondo e di vivere tutte le esperienze possibili. Soprattutto quando anche un coetaneo dell’autore al momento della stesura del testo, è anni luce lontano da quella visione del mondo e delle cose perché nel frattempo sono passati 50/100 anni. E 50 anni nel secolo breve sono tanti tanti.
  3. Quindi: la lettura di Manzoni e D’Annunzio, a 16/17 anni, non ha aggiunto niente alle cose che già sapevo della vita, del mondo e di tutto il resto (semicit.), perché le esperienze dei loro personaggi, seppure alla luce delle abitudini dell’epoca, del periodo storico bla bla bla erano banali e infantili, senza nulla togliere all’importanza nella storia della letteratura eccetera eccetera.

Naturalmente oggi sarei un po’ più possibilista. Primo perché maturando, il mondo si riempie di infinite sfumature tra il bianco e il nero adolescenziali; poi perché ogni età, ogni anno di calendario, ogni momento della vita ha il proprio mood e ci sono libri (film, musica, persone, posti) che non piacciono solo perché li hai letti nel periodo sbagliato – quante volte si rilegge un libro e il giudizio si modifica completamente rispetto a quello della prima lettura! – poi ancora, nel tempo, cambiano le aspettative, cambiano i motivi per cui si legge, cambia la coscienza di sé, di ciò che si conosce e di ciò che si vorrebbe apprendere, cambia, spesso, l’oggetto dell’attenzione primaria nell’esperienza lettura.

Ci sono libri che ti tengono sveglia finché non arrivi all’ultima pagina; hanno una trama avvincente, ben costruita, dosano le parole e le informazioni proprio per mantenere viva la curiosità. Poi ci sono pure quelli che ci hanno il finale lofio e buttano al vento tutto il senso del libro proprio nell’ultima pagina.

Ci sono libri in cui i personaggi sono talmente ben delineati che quasi ti sembra di conoscerli.

Ci sono libri scritti bene. In cui la sequenza delle parole è talmente fluida, poetica, ricercata che rileggi interi paragrafi solo per sentirne la musica. (Lo spasimo di Palermo di Vincenzo Consolo è poesia in prosa. Devi solo afferrare il ritmo.)

Ci sono libri che raccontano storie che ti fanno attorcigliare le budella dall’emozione. (Due per tutti: Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani e Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli).

Poi ci sono i libri banali, quelli brutti (poverini) e quelli che ti chiedi se il mondo non sarebbe un posto migliore senza.

Torniamo ad oggi, libreria dell’Isola Grande: Persona Carina mi confessa che ama molto i libri di un certo personaggio della televisione da poco scopertosi scrittore che incarna gli ideali, le speranze e le frustrazioni della mia generazione e piace proprio perché i suoi lettori si immedesimano nelle sue storie, nei suoi personaggi, nelle aspettative dell’esistenza che racconta.

Ecco.

Io ci ho provato a leggerlo. Giuro. Per pura curiosità scientifica. Per saperne parlare.

Non ce l’ho fatta. E non sono una snob, eh! Per dire, leggo anche le etichette dell’acqua minerale!

Ma a me sentir parlare di storie “comuni”, mi lascia con un senso di… incompiutezza. Io voglio leggere storie straordinarie!

Voglio leggere storie straordinarie? Forse non esattamente. Attanagliata da questo dubbio ho digitato su Google “Cosa mi aspetto da un libro”.

È uscito questo:

Quello che mi aspetto da un libro non è solo che l’autore mi guidi attraverso l’argomento, esponendo tutte le teorie e le tesi attinenti, ma che mi offra le ragioni sue personali, ma ben argomentate, a favore della prospettiva che egli ritiene essere la migliore. Io invece spesso mi ritrovo deluso. Credo che questo stato di cose abbia a che fare con la popolarità del relativismo postmoderno; il concetto che tutte le diverse prospettive abbiano uguale valore. Gli autori non possono più scegliere, probabilmente perché non trovano più una prospettiva preferibile (tanto meno “superiore”) a un’altra. Tutte le ideologie, le vedute politiche e le religioni sono ugualmente vere – e quindi anche ugualmente false. Pertanto l’analisi contemporanea spesso è cinica e non offre alcuna prospettiva di soluzione per i nostri problemi.

Paul Cliteur – La visione laica del mondo
Ed. Nessun Dogma – UAAR

Naturalmente Cliteur parla di saggi e non di romanzi, ma la frase chiave in questo piccolo pezzo è “… ma che mi offra le ragioni sue personali, ma ben argomentate, a favore della prospettiva che egli ritiene essere la migliore“. L’autore si deve sbilanciare, si deve mettere in gioco, deve immaginare ciò che io lettrice non ho la capacità di vedere e me lo deve raccontare facendomelo amare, conoscere, assaporare. Si deve spogliare di sé stesso e diventare storia. Allora avrà tutto il mio amore, il mio rispetto, la mia dedizione nella lettura.

Se mi racconta una vita, normale, banale, quella che vive lui, come tanti, senza alcuno sforzo di immaginazione, non solo non mi piace, ma mi sta pure un po’ antipatico perché suppone che a me possa interessare. Bè, no. Non mi interessa. Preferisco la mia. Quella del mio vicino, che non ha la presunzione di essere più speciale di altri e non la racconta in un libro.

Elenco ragionato dei libri deludenti

Ragionato nel senso che ci ho pensato molto, ma non vi dirò perché (per me) sono stati deludenti. Solo gli ultimi due perché sono libri belli, ben scritti e che vale la pena di leggere, ma (per me) il finale è stato troppo semplice e sbrigativo in confronto allo svolgimento complesso della trama in un caso e con un capitolo di troppo nell’altro. Gli altri appartengono alle letture giovanili, quelle di formazione o presunta tale. Sopravvalutati.

Il piacere – Gabriele D’Annunzio

Siddharta – Herman Hesse

On the road – Jack Kerouac

Il giovane Holden – J.D. Salinger

Premiata ditta sorelle Ficcadenti – Andrea Vitali

La relazione – Andrea Camilleri

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Assaggi d’autunno

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Ci sono momenti che non hanno bisogno di colore per essere perfetti.

Acquacalda è uno di quei momenti.

Acquacalda è quel momento che quando a Lipari sono le cinque del pomeriggio ad Acquacalda è il 1950.

Acquacalda è il momento della contemplazione, è il retro dell’Isola, il lato B. Accessibile solo a chi dall’Isola si aspetta la serenità del mare in tempesta, del sole già tramontato, dell’umidità della notte che copre tutto con un velo di perline luccicanti. È il posto e il tempo dove gli aperitivi da Genny sono lunghissimi e colorati di veli, dove il margine tra la terrazza e la strada è una rete da pesca, dove il vecchietto della casa accanto si va ad abbassare da solo la musica della radio del bar quando desidera riposare.

È l’Isola nell’Isola, che resta isolata perché le strade crollano sotto la potenza delle onde, o vengono invase dagli enormi ciottoli rotondi che un po’ più sotto formano la spiaggia. Una spiaggia scomoda, senza lettini e ombrelloni, una spiaggia per chi non si vuole incontrare e se per caso ci si incontra si fa finta di niente. Semmai, dopo, tornati al presente ci si può dire: ❝Ehi! Ti ho visto, prima, ad Acquacalda!❞.

Disegni, tavoli e matite

Tavoli e ricordi
via Design Milk

Mio zio preferito faceva il disegnatore. Ho ancora la sua Staedler a pulsante, che conservo e uso con religiosa dedizione.

Ha sempre vissuto in casa dei nonni, suoi genitori, finché un male se l’è portato.
Nella sua cammeretta aveva un tavolo da disegno, due cavalletti e un piano di compensato, che ho usato anche io per i primi due anni di università. Il piano era impacchettato in un enorme foglio di carta giallina, fissato sotto con le puntine. Lui ci disegnava sopra e quando era tutto pieno di scarabocchi, numeri di telefono, appunti e pupazzetti, semplicemente lo cambiava.

Nel frattempo noi (8) nipoti crescevamo e nei lunghi pomeriggi domenicali in famiglia mettevamo a disposizione le nostre (in)competenze grafiche per aiutare zio Gianni a cambiare al più presto il foglione di carta.

È inutile descrivere quanto fosse bello per noi ragazzini starcene letteralmente sdraiati là sopra a scarabocchiare cose, litigarci lo spazio, inventare storie e fumetti.

Poi zio Gianni, ad un certo punto non c’era più.

E la sua stanza diventò un tempio.

Tavolo compreso. Mio nonno, suo padre, aveva piazzato un bel foglione immacolato là sopra.

Ma noi, alla prima occasione, forse un natale o un capodanno, abbiamo ripreso la tradizione.

Il nonno non voleva. Si dannava se trovava anche un segno accidentale di matita.

La volta successiva, tra delusione e pianto, trovammo un nuovo foglio pulito impacchettato a sua volta da una plastica trasparente.

Il messaggio era chiaro: qua sopra non si disegna! Più.

Ma i ragazzini, si sa…

A colpi di matite appuntite e forbici stracciammo completamente la plastica e riempimmo nuovamente il tavolo di scarabocchi.

Il messaggio era chiaro: niente ci può fermare. Questo è il tavolo di zio Gianni, lui ce lo permetteva e nessun altro ce lo può impedire.

Questa piccola guerra familiare è andata avanti per anni, finché non siamo diventati tutti grandi, i grandi sono diventati vecchi e poi sono diventati un tenero ricordo.
La casa è stata svuotata, ma io ho voluto quel tavolo. Solo quello. E la matita.

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Just a Rainy day

Just a Rainy Day
Just a Rainy Day

Settembre e primo giorno di pioggia. Proprio il momento giusto per fare il punto della situazione, no?

Sai cosa mi manca? Quella vera sensazione di inizio di qualcosa di quando andavo a scuola e mamma mi portava alla Standa a comprare i quaderni nuovi, l’astuccio e il diario. Trascorrevo i giorni successivi a guardare, odorare, rigirarmi tra le mani tutti quegli oggetti freschi di cellophane che promettevano un anno meraviglioso e denso di novità e cambiamenti. Il diario soprattutto. Immacolato, ma pieno di promesse.

Da grande ho provato ad avere un’agenda, ma poi mi dimentico di consultarla. E il furbofono (cit. F. S.) non ha la stessa immediatezza. Ti metti la sveglia per ricordarti una cosa, ma suona sempre al momento sbagliato.

Dicevamo, il punto della situazione. Cominciamo dalle promesse?

Progetti per il prossimo anno riguardano quasi esclusivamente il mio lavoro che se non lo sai consiste nel cercare di fare innamorare le persone del posto dove ho scelto di stare. Le persone che scelgono le Isole per le loro vacanze e che io tento di trasformare in viaggi di conoscenza, suggestione e amore.

Progetti dunque, in ordine di realizzabilità, dal più utopistico al più fattibile:

  1. Piccolo Museo Eoliano di Storia Naturale.

    A completamento della sede della nostra associazione, sarà il contenitore di collezioni, informazioni, ma soprattutto storie. Storie naturali o naturalistiche di piante che vivono solo qui, uccelli che passano, lucertole nere, insetti dagli inaspettati colori sgargianti, pietre vulcaniche e fossili vegetali, conchiglie ed elementi della tradizione contadina, frutti dimenticati e ricette tradizionali.

    Museo
    La parte difficile sta nel trovare un posto con un affitto decente e a tempo più o meno indeterminato. La parte ancora più difficile sarà trovare dei finanziatori che possano aiutarci con le spese dell’affitto. L’idea di attivare una sottoscrizione su internet non è poi così balzana!

  2. Viaggio alle Eolie tra natura e cultura.

    Un viaggio dell’anima, non una semplice vacanza. Un cammino di sette giorni alla scoperta delle isole, della loro storia antichissima, della natura selvaggia, delle tradizioni culturali, delle genti delle Eolie accoglienti e dure. Il programma è pronto, ma i dettagli vanno affinati.
    Trekking e Cultura Eolie

  3. Guida dei sentieri delle Isole Eolie.

    Una guida tutta nuova, che comprenda tutti i sentieri di tutte le isole, con le loro connessioni, per poter camminare fino all’infinito attraverso la varietà dei paesaggi isolani. Senza divagazioni su alloggi e ristoranti, senza consigli per gli acquisti. Solo i cammini e le bellezze che si incontrano strada facendo.Guida sentieri Eolie

E poi vabbé, i dettagli: la nuova brochure, la quinta edizione del Darwin Day, il corso di fitoalimurgia…

Di cose mie, proprio mie personali ci sarebbe la “Guida sentimentale alle Isole Eolie”, che però forse si sta trasformando in questo blog-diario-guida dove le Isole sono raramente citate con il loro nome e cognome, ma sono in effetti protagoniste e ispiratrici di tutto.

Passiamo a ciò che è stato e cosa mi ha lasciato l’anno appena trascorso:

  1. È stato l’anno delle amicizie scoperte, riscoperte e ritrovate.
    Ad Agosto scorso ci fu l’incontro con una coppia stupenda, conosciuta via internet prima, di persona ad Alicudi poi. Visti e subito amati. Di loro, poi a Maggio scrissi:
    C’era la silenziosa dal sorriso allegro e lo sguardo dolce a cui nulla sfuggiva delle cose e delle dinamiche e che con un’occhiata catturava e possedeva il mondo intero.
    C’era l’ultimo dei Gattopardi che rinuncia a sé per tendere una mano agli altri e ne trae una gioia ancora maggiore.

    Poi una serie di sorprese bellissime. Persone perse di vista da oltre dieci anni che ricompaiono, alcune per restare nel cuore e nella rubrica dei numeri più chiamati, altre per riscomparire per altri dieci anni. Vecchi amici con cui i contatti si erano diradati, ma mai persi che si presentano sullo scoglio dicendo “Passavo da queste parti!”, nuove amicizie nate sulla rete che tornano per la seconda volta in pochi mesi e si portano pure tutta la sacra famiglia.

  2. È stato anche l’anno delle perdite. Della consapevolezza della mancanza. Del terrore della vecchiaia. Non la mia. Quella dei miei, che ora fanno parte della generazione dei vecchi, perché tutti quelli della generazione precedente ci hanno lasciati. Non a caso, credo, parlo spesso dei miei nonni. Li sogno, li penso. Mi mancano. Oggi i miei genitori hanno l’età che avevano i miei nonni quando ero bambina e mi sembravano tanto tanto vecchi. Mi illudo che i miei genitori non siano poi così vecchi, ma il magone di averli lontani, spesso mi toglie il sonno. Come se abitare nella stessa strada mi permettesse di proteggerli e amarli meglio che a mille chilometri di distanza.

    Forse è solo il senso di colpa.

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Geometrie dell’abbandono

Griglia
Griglie, gabbie, labirinti

Non è facile vivere sullo Scoglio. Non è facile lasciare lo Scoglio. Neanche per poche ore. Neanche per andare su uno scoglio vicino. Soprattutto se devi dormirci, ma anche se torni col buio.

Strano vero?

È quella sorta di pigrizia dell’immaginazione che ti suggerisce di non cominciare le cose, dopo averle pensate nei minimi dettagli, sviscerate in tutte le loro sfumature, che ti tiene psicologicamente attaccata al divano (amaca, casa, cani, giardino, routine) anche mentre sei per strada e ti stai dirigendo al porto col biglietto dell’aliscafo che quasi pulsa nella tasca.

Ma la cosa che devi e vuoi fare ancora non è tecnicamente cominciata. Andare su un’ altra Isola o sull’Isola grande per fare cose belle, vedere posti e persone, partecipare a manifestazioni, mostre concerti, non capita spesso ed è eccitante. Finché il momento non si avvicina troppo sei contenta di cambiare prospettiva, anche solo per poche ore, respirare altri profumi, confrontarti con altre persone o magari proprio con nessuno.

La blanda angoscia che ti fa pensare di rinunciare a tutto inizia nell’esatto momento in cui devi muoverti per cominciare la sequenza di azioni e l’unico risultato che riesci a percepire concretamente è che stai lasciando l’Isola. Non stai andando da un’altra parte, con tutto il carico di esperienze positive che questo comporta. La sensazione è quella di abbandonare. Tradire. Dimenticare. Ti senti anche un po’ in colpa.

I primissimi mesi che ho vissuto qui, li passavo facendo spesso su e giù con la Città e notavo, non appena la nave si staccava dalla banchina, che venivo invasa da un senso di spossatezza fisica che durava anche due o tre giorni. Lo attribuivo romanticamente al fatto che le Isole portassero e trasmettessero una sorta di energia magnetica dovuta alla loro origine vulcanica, al loro essere terra viva e sempre in movimento, in continua mutazione morfologica. Il contrario accadeva al ritorno quando mi sorprendevo a sorridere per il solo fatto di aver nuovamente toccato Terra.

Oggi, centinaia di navi e aliscafi dopo, comprendo che tutto comincia molto prima di staccarsi da terra. Comincia, effettivamente, su quella terra di mezzo, quel non-luogo – definizione tanto cara agli urbanisti concettuali – rappresentato dalla passerella dell’aliscafo. Un pezzo di griglia teso tra Terra, Casa, Bene e un indefinito spazio-tempo a venire, che seppur noto e piacevole è, nell’istante in cui i piedi percorrono la grata sospesa, l’antitesi di tutto.

Ho vissuto in Città per un sacco di anni e sotto i palazzi delle città ci sono le cantine, i garage, le metropolitane che hanno bisogno di luce e aria. La ottengono costringendoti a camminare sulle griglie di aerazione. Hai presente Marilyn in Quando la moglie è in vacanza?

MarilynMonroe Quando la moglie è in vacanza

Ecco. Io ho sempre avuto un certo timore a camminare sulle griglie di aerazione. Soprattutto quando si vede sotto. Prevalentemente ombre informi in cui spiccano cicche di sigarette e palline di carta.

La passerella dell’aliscafo è una lunga, stretta, obbligatoria griglia di aerazione a senso unico. Solo che sotto c’è il mare. Il nostro bel mare turchese, limpido e cristallino. Questa dovrebbe essere una consolazione, almeno per gli occhi, ma la realtà è che non fa che aumentare il senso di distacco tra Casa e qualcos’altro che sicuramente non lo è. Perché non può esserci connessione, somiglianza, vicinanza se in mezzo c’è il mare. E se non sei un pesce o un uccello.

E quei due o tre passi che servono per percorrerla sono i più difficili da mettere uno in fila all’altro. La concitazione e la fretta di chi segue, le voci dei marinai che incitano a non intralciare le operazioni di imbarco, il biglietto strappato dopo una brevissima occhiata alla destinazione, giusto per assicurarsi che non ti stiano facendo salire sul mezzo sbagliato, bambini, valigie, cappelli, odore di olio solare, saluti, la puzza del gasolio, un’onda, il verso di un gabbiano.

E tu sei lì, sospinta da una forza a cui vorresti ma non puoi ribellarti, come quando tua madre ti serrava il braccio con le dita sottili ma forti, per riportarti a casa dopo un pomeriggio al parco giochi, dopo l’ennesimo “Ancora cinque minuti”, tra gli strepiti, gli sguardi all’indietro agli amichetti che hanno già ricominciato a giocare senza di te. Dimenticata, sostituita, tradita.

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