Geometrie dell’abbandono

Griglia
Griglie, gabbie, labirinti

Non è facile vivere sullo Scoglio. Non è facile lasciare lo Scoglio. Neanche per poche ore. Neanche per andare su uno scoglio vicino. Soprattutto se devi dormirci, ma anche se torni col buio.

Strano vero?

È quella sorta di pigrizia dell’immaginazione che ti suggerisce di non cominciare le cose, dopo averle pensate nei minimi dettagli, sviscerate in tutte le loro sfumature, che ti tiene psicologicamente attaccata al divano (amaca, casa, cani, giardino, routine) anche mentre sei per strada e ti stai dirigendo al porto col biglietto dell’aliscafo che quasi pulsa nella tasca.

Ma la cosa che devi e vuoi fare ancora non è tecnicamente cominciata. Andare su un’ altra Isola o sull’Isola grande per fare cose belle, vedere posti e persone, partecipare a manifestazioni, mostre concerti, non capita spesso ed è eccitante. Finché il momento non si avvicina troppo sei contenta di cambiare prospettiva, anche solo per poche ore, respirare altri profumi, confrontarti con altre persone o magari proprio con nessuno.

La blanda angoscia che ti fa pensare di rinunciare a tutto inizia nell’esatto momento in cui devi muoverti per cominciare la sequenza di azioni e l’unico risultato che riesci a percepire concretamente è che stai lasciando l’Isola. Non stai andando da un’altra parte, con tutto il carico di esperienze positive che questo comporta. La sensazione è quella di abbandonare. Tradire. Dimenticare. Ti senti anche un po’ in colpa.

I primissimi mesi che ho vissuto qui, li passavo facendo spesso su e giù con la Città e notavo, non appena la nave si staccava dalla banchina, che venivo invasa da un senso di spossatezza fisica che durava anche due o tre giorni. Lo attribuivo romanticamente al fatto che le Isole portassero e trasmettessero una sorta di energia magnetica dovuta alla loro origine vulcanica, al loro essere terra viva e sempre in movimento, in continua mutazione morfologica. Il contrario accadeva al ritorno quando mi sorprendevo a sorridere per il solo fatto di aver nuovamente toccato Terra.

Oggi, centinaia di navi e aliscafi dopo, comprendo che tutto comincia molto prima di staccarsi da terra. Comincia, effettivamente, su quella terra di mezzo, quel non-luogo – definizione tanto cara agli urbanisti concettuali – rappresentato dalla passerella dell’aliscafo. Un pezzo di griglia teso tra Terra, Casa, Bene e un indefinito spazio-tempo a venire, che seppur noto e piacevole è, nell’istante in cui i piedi percorrono la grata sospesa, l’antitesi di tutto.

Ho vissuto in Città per un sacco di anni e sotto i palazzi delle città ci sono le cantine, i garage, le metropolitane che hanno bisogno di luce e aria. La ottengono costringendoti a camminare sulle griglie di aerazione. Hai presente Marilyn in Quando la moglie è in vacanza?

MarilynMonroe Quando la moglie è in vacanza

Ecco. Io ho sempre avuto un certo timore a camminare sulle griglie di aerazione. Soprattutto quando si vede sotto. Prevalentemente ombre informi in cui spiccano cicche di sigarette e palline di carta.

La passerella dell’aliscafo è una lunga, stretta, obbligatoria griglia di aerazione a senso unico. Solo che sotto c’è il mare. Il nostro bel mare turchese, limpido e cristallino. Questa dovrebbe essere una consolazione, almeno per gli occhi, ma la realtà è che non fa che aumentare il senso di distacco tra Casa e qualcos’altro che sicuramente non lo è. Perché non può esserci connessione, somiglianza, vicinanza se in mezzo c’è il mare. E se non sei un pesce o un uccello.

E quei due o tre passi che servono per percorrerla sono i più difficili da mettere uno in fila all’altro. La concitazione e la fretta di chi segue, le voci dei marinai che incitano a non intralciare le operazioni di imbarco, il biglietto strappato dopo una brevissima occhiata alla destinazione, giusto per assicurarsi che non ti stiano facendo salire sul mezzo sbagliato, bambini, valigie, cappelli, odore di olio solare, saluti, la puzza del gasolio, un’onda, il verso di un gabbiano.

E tu sei lì, sospinta da una forza a cui vorresti ma non puoi ribellarti, come quando tua madre ti serrava il braccio con le dita sottili ma forti, per riportarti a casa dopo un pomeriggio al parco giochi, dopo l’ennesimo “Ancora cinque minuti”, tra gli strepiti, gli sguardi all’indietro agli amichetti che hanno già ricominciato a giocare senza di te. Dimenticata, sostituita, tradita.

InFrogress

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