Camminare

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– Camminare –

Tutto cominciò quella volta che io ero lì per te e tu invece te ne stavi andando.

Anzi no. Tutto cominciò camminando e scoprendo le rispettive esistenze.

Fast Forward …te ne stavi andando. E io ero così arrabbiata che se qualcuno mi avesse rivolto la parola anche solo per chiedermi l’ora me lo sarei mangiato. E allora sono scappata via.

Mi sono incamminata sulla salita di cemento incurante dei polpacci dolenti e del sangue che mi pulsava nelle tempie. Per la fatica. Per il caldo. Per la rabbia.

Mormoravo parole astiose e immaginavo future conversazioni piene di rancore.

E il battito aumentava. Gocce di sudore caldo e appiccicoso rotolavano lungo il viso, si fermavano incerte sulla punta del mento per poi schiantarsi a terra. Se fossi stata una formica nei paraggi l’avrei considerata una inondazione biblica. Accompagnata dal rombo secco e breve e dal tremore della terra ad ogni passo.

E il respiro si faceva sempre più corto. Ho avuto paura. Il sentiero era deserto a quell’ora d’estate. Potevo morire e non se ne sarebbe accorto nessuno. Ora muoio. Ora muoio. Ora muori. Fermati. Fermati. Respira. Senti la frescura qui, nella scarsa ombra di questo leccio. Bevi. Respira.

Ok. A posto. Il cuore riprende un ritmo rassicurante. Il respiro non è più fatto da mille spade pungenti in gola. Mi rimetto in cammino e sento. Sento la rabbia sfumare. Come portata via dalla nuvola di vapore che sto trasudando. Dicono che sudare elimini le tossine dal corpo. Ma non dicono quanto di queste tossine sia prodotto dalla rabbia, dalla delusione, dalla tristezza. Bé, ve lo dico io: tanto.

Ogni passo scarica al suolo tensione, proprio come una presa di terra in un impianto elettrico a norma. E dalla terra alla scarpa al piede ad ogni fascia muscolare delle gambe e della schiena risale energia nuova e fresca come linfa vitale e vibrazione pura. Sarà il vulcano, sarà che così deve essere.

E d’improvviso mi sento drogata di questa sensazione. E vado avanti ancora e ancora desiderando di non vedere mai la fine del sentiero, ma un passo avanti all’altro prima o poi l’isola finisce.

Finisce l’isola, ma è sempre lì. E nei mesi successivi trovo ogni scusa per tornare e stampare ancora le mie impronte su quella sabbia parlando con me stessa, calibrando il ritmo dei passi, godendo anche del panorama, facendo il giro nel senso inverso per vedere stessi posti, ma prospettive diverse. Fisicamente, ma anche idealmente.

Poi finisce la stagione delle mie incursioni, ma non l’assuefazione al cammino in solitaria. E scopro un percorso bellissimo proprio sotto casa. Modulabile secondo il tempo a disposizione in tre tronconi di lunghezza e difficoltà diverse. Affino la tecnica. Prendo il ritmo del mio respiro, del mio battito, dei miei pensieri. Dei miei dialoghi immaginati e immaginari. Dei miei ricordi. Prendo i tempi di percorrenza. Le distanze, i dislivelli. Avanti e indietro e in tondo e ad otto. Su e giù per i vulcani, terra, sabbia, brecciolino, cenere.

Le scarpe giuste (mie adorate scarpe!), l’abbigliamento tecnico. I pensieri che si liberano e per quanto tetri possano essere all’inizio del percorso, si liberano sempre in un sorriso alla fine. E le cose assumono la giusta dimensione assestandosi ed incastrandosi perfettamente una accanto all’altra: speranze, progetti, fallimenti e delusioni.

Finché tutto si sistema talmente bene che il corpo ti chiede più fatica ancora.

E si mette a correre. Come se fosse la cosa più naturale del mondo.

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